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Dal tempio alla semiosfera. Conversazioni sul museo alla GNAM di Roma.
Data: 20.04.2012

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Ormai lontani da quell’immagine che li vedeva ritratti come templi polverosi e custodi di una conoscenza non sempre accessibile, i musei si trasformano sotto lo sguardo vigile di un pubblico sempre più consapevole e partecipe al dibattito contemporaneo. E, all’interno di questo panorama mondiale, in cui il proliferare delle istituzioni museali è un dato di fatto, risulta quanto più necessario studiarne le sue nuove forme e funzioni. Riflessione questa, perseguita già da architetti e storici dell’arte ma oggi, in un’epoca in cui non si va al museo solo per ammirarne la collezione, con maggiore evidenza appare necessario un contributo sul tema anche da parte di semiologi, antropologi, psicologi, sociologi e non solo. Il museo sembra essere sempre più infatti l’attivatore di un dialogo in continua rinegoziazione tra alcune costanti: l’architettura, l’allestimento, la collezione e il pubblico.

Questo quanto emerso nella giornata di studio Conversazioni sul museo, svoltasi in seno alla settimana della cultura alla GNAM di Roma lo scorso 16 aprile. Una giornata in cui attraverso la presentazione di alcuni tra gli ultimi e più significativi contributi scientifici sul tema, la Soprintendente alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea Maria Vittoria Marini Clarelli ha chiamato gli autori, in dialogo con esperti della materia, a confrontare sguardi e casi esemplari della nuova museologia.

Fra tutti è l’approccio semiotico, forse per la sua stessa natura ontologica, a cogliere nel complesso quelle molteplici varianti innovative insite nella trasformazione del panorama museale contemporaneo che, fautrici di significative dinamiche relazionali tra gli attori dello spazio, sono capaci di costruire percorsi di senso legati alla memoria, all’identità, alla cultura ed al patrimonio. Nel rapporto tra contenitore e contenuto, l’analisi semiotica condotta da Isabella Pezzini in Semiotica dei nuovi musei, Laterza Bari, 2011 (svolta su alcuni casi esemplari di musei contemporanei) rintraccia un interessante dialogo tra architettura, allestimento e collezione, capace di fare del museo “un attrattore fondamentale”.

Un dialogo complesso ed articolato che in molti casi tra quelli presi in esame si estende anche agli attori sociali ed al pubblico e, non necessariamente, viene sempre risolto”, come spiega l’autrice in conversazione con il semiologo Franciscu Sedda. Il testo di Isabella Pezzini, che analizza il fenomeno dal punto di vista semiotico per mostrare come il museo sia quel luogo particolare in cui diversi approcci e linguaggi si sovrappongono, affronta il problema del museo a partire dallo studio dello spazio museale e delle sue articolazioni interne, cercando di comprendere come la risposta del visitatore sia connessa con il contesto in cui è immerso.

L’importanza dello spettatore contemporaneo e del suo rapporto con lo spazio è quanto emerge anche da altri interventi come quello di Marina D’Amato che, in dialogo con Stefano Mastandrea spiega come nel suo volume Museo e identità sociale Le lettere, Firenze, 2012 si tenti di fornire risposte inerenti la modalità della fruizione del patrimonio culturale, proponendo un modello innovativo, capace di migliorare la ricezione dell’opera d’arte e adatto a rendere l’apprezzamento estetico come un momento indispensabile nel percorso individuale e sociale della collettività. L’interesse della D’Amato è rivolto anche al pubblico degli adolescenti che, dice, “devono essere accolti nella loro identità. In essi deve essere indotto un sentimento di piacere che li porti a gestire da soli il percorso di visita”.

Il coinvolgimento polisensoriale dello spettatore è, infatti, una delle varianti innovative che emerge anche nel testo di Isabella Pezzini, che nel dialogo con Franciscu Sedda spiega come lo sguardo semiotico su uno spazio di stratificazioni e tensioni, come quello del museo, si renda necessario per disambiguarne senso e funzioni. L’indagine presentata dall’autrice e condotta su alcuni casi esemplari (il museo dell’Ara Pacis a Roma di Richard Meier, Punta della Dogana di Tadao Ando, Fondazione Vedova di Renzo Piano a Venezia, il museo di Quai Branly a Parigi di Jean Nouvel, il Museo Ebraico di Daniel Libeskind, il monumento alle Vittime dell’Olocausto di Peter Eisenman a Berlino, la nuova chiesa di Renzo Piano per Padre Pio a San Giovanni Rotondo) non è però di natura tipologica, tutt’altro. Rappresenta una mappa attraverso la quale il museo tradizionalmente inteso esce dalla sua definizione classica per dialogare con il pubblico e la città. “Una ricognizione dialogica”, come spiega Sedda nell’introduzione all’opera, “che rintraccia relazioni innovative capaci di condurre a nuove creazioni di senso. Se per Jurij Lotman - ricorda il semiologo - il museo era uno spazio neutro, quelli analizzati nel volume sembrano essere della macchine di relazioni atte a produrre delle percezioni”. “Del resto - chiarisce la Pezzini - il visitatore lasciato libero, sarebbe disorientato: la strategia dei nuovi musei, emersa dall’analisi, è proprio quella di una stratificazione di letture diverse”.

Torna sul rapporto tra contenitore e contenuto anche Daniela Fonti, che discute con Alessandra Criconia, autrice de L’architettura dei musei Carocci, Roma, 2011 intorno all’evoluzione delle forme architettoniche del museo e al ruolo che questi edifici ricoprono nel contesto urbano e sociale odierno. Le città investono sul museo di arte contemporanea per rilanciare l’immagine del quartiere - spiega l’autrice - il museo ha acquisito nuove vesti ed è diventato scultura urbana e nuova piazza pubblica”. Anche se la severa monumentalità del museo dell'Ottocento è stata lasciata alle spalle e i nuovi musei (dal Guggenheim Museum di Bilbao alla Tate Modern, dal museo di Kanazawa al Quai Branly, dal MAXXI al MACRO di Roma) si distinguono per la loro singolarità architettonica, “ciò che non deve essere dimenticato è l’importanza della collezione” – ricorda Daniela Fonti - il museo ha la responsabilità di una collezione che ne è parte strutturale”. La collezione del resto, come ricordato anche da Isabella Pezzini è uno dei fondamentali elementi del dialogo che in un museo si instaurano, come nell’esempio di Renzo Piano analizzato nel suo volume, elemento a partire dal quale l’architetto lavora per la costruzione della forma.

Dallo sguardo architettonico di Alessandra Criconia emerge che “il museo è ciò che più di ogni altro riflette la società alla quale appartiene. La collettività ha sempre avuto bisogno della forma museale per esprimere la sua identità culturale.” Spiega l’autrice ricordando come il museo sia nato per esprimere proprio l’identità e la democratizzazione culturale. Approccio del resto messo in evidenza anche nei musei descritti nell’indagine semiotica:“sono forme di autodescrizione e definizione della nazione, ricorda Franciscu Sedda, come un fattore di ritrovamento del sé.” Ma sono anche fonte di riattivazione della memoria, “portatori di riflessioni e ricerca di un equilibrio tra l’adesione alle mode e la visione delle cose”, spiega Isabella Pezzini.

Definizione identitaria in chiave interculturale è l’approccio scelto da Simona Bodo e Silvia Mascheroni nel loro testo Educare al patrimonio in chiave interculturale. Guida per educatori e mediatori museali, Fondazione Ismu, uno strumento di lavoro in progress (www.patrimoniointercultura.it) per trasformare il museo da “deposito inerte di memorie altrui” in luogo che mette in dialogo la Storia e le storie, tessendo trame di senso che si traducano in “apprendimento e diletto” per pubblici di ogni appartenenza culturale. Le autrici a confronto con l’antropologo Vito Lattanzi spiegano come l’educazione in chiave interculturale sia una pratica da esercitare con rigore e sensibilità, che fa dialogare il sapere del patrimonio, l’autorevolezza scientifica della ricerca e il sapere di ognuno, al fine di costruire una relazione sempre nuova e attuale tra il patrimonio (musealizzato e diffuso, materiale e immateriale, passato e contemporaneo) e ogni persona. Anche e soprattutto dal punto di vista interculturale il museo viene così descritto come un luogo di relazione e condivisione di significati, che apre spazi dialogici di contaminazione e di scambio dove “l’identità culturale è una condizione di partenza e non di fine.” Nella guida proposta dalle autrici non si rintraccia una metodologia univoca, che varia da caso a caso perchè - spiegano – “per dare voce alle differenze è necessario in ogni caso partire dalla biografia dei pubblici, delle opere e del museo” e poi costruire dei percorsi narrati con l’intento di saldare delle relazioni tra opere e persone.

Del resto, “Il museo assomiglia ad una semisfera”, spiega Franciscu Sedda citando Jurij Lotman, mostrandosi sempre più come una stratificazione di senso, parte di uno spazio più ampio ma, a sua volta, contenitore di più elementi in dialogo.
Prospettive molto diverse dunque, ma conclusioni altrettanto simili quelle a cui si è arrivati nella giornata di conversazione nella bella sala del mito alla Gnam di Roma, in cui il museo ne esce arricchito di nuove funzioni, prima fra tutte la capacità di costruire effetti di senso sempre nuovi a partire dalla relazione dialogica messa in atto tra la sua forma architettonica, l’allestimento, la collezione ed un visitatore sempre più partecipe.








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