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Piano casa vs tutela dei beni culturali
Autore: Stella Kasian
Data: 06.05.2009

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La tutela del patrimonio artistico è davvero la vittima da sacrificare sull’altare del rilancio economico del paese? Prima che il decreto legge contenente misure urgenti in materia di edilizia, urbanistica e opere pubbliche venga approvato, ecco dubbi, domande, ma anche speranze per il patrimonio esistente e per quello potenziale.

Ancora rimane soltanto una bozza il testo del decreto legge sul piano casa. Intanto le polemiche proseguono e la confusione generale aumenta. Non è facile effettivamente, nella fitta nebbia di un continuo rinvio di incontri e decisioni e di uno stancante rimando di dichiarazioni e smentite, riuscire a veder chiaro. Nessun dubbio circa l’obiettivo principale del Governo di individuare misure volte a  contrastare la crisi economica, “attraverso un riavvio dell’attività edilizia favorendo altresì lavori di modifica del patrimonio edilizio esistente nonché prevedendo forme di semplificazione dei relativi adempimenti secondo modalità utili ad esplicare effetti in tempi brevi nell’ambito della garanzia del governo del territorio”. La riduzione dei tempi di azione preoccupa non poco gli esperti in materia di tutela dei beni culturali che vedono minacciato dal decreto il patrimonio artistico nazionale.
Lo stesso Andrea Carandini, neo presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, nel suo discorso di insediamento il 18 marzo scorso, si era detto particolarmente preoccupato rispetto al piano, che avrebbe a suo avviso impoverito il potenziale paesaggistico italiano e messo in pericolo la ricchezza culturale del paese. La speranza dell’archeologo di escludere dalle disposizioni del piano casa le zone considerate “centro storico” è stata ben riposta e nella conferenza Stato-Regioni ed Enti Locali che ha avuto luogo il 31 marzo, si è stabilito chiaramente la non riferibilità degli interventi edilizi ai centri storici.  

Incalza un’immediata considerazione su quanto il patrimonio artistico nazionale non sia meramente ridotto alla città storica e su quanto dunque una siffatta limitazione non possa garantire la totale sicurezza in materia di tutela dei beni culturali. Rimangono poi le riflessioni sul ruolo che la Soprintendenza andrebbe ora ad assumere rispetto all’autorità passata.  Un mese dopo le sue prime dichiarazioni, il Prof. Carandini si sente più sicuro, affermando che il ruolo delle Soprintendenze è salvo, in che modo però non è ben definito.

Nell’articolo 21 del Testo Unico sulla Tutela dei Beni Culturali ed Ambientali, Decreto Legislativo del 22 gennaio 2004 è specificato che “l’esecuzione di opere e lavori di qualunque genere su Beni Culturali è subordinata ad autorizzazione del Soprintendente”. Negli articoli successivi del codice si esplica quindi il procedimento da attuare per ottenere la necessaria autorizzazione: si tratta di un lascia passare assolutamente preventivo, dove l’ipotetico silenzio da parte dell’amministrazione competente equivale ad una messa in mora della richiesta di intervento. L’autorizzazione della Soprintendenza, secondo la legislazione attuale, è infatti parte della documentazione che deve essere raccolta nella DIA (Dichiarazione di Inizio Attività).
Nel Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia viene indicato  come la realizzazione di interventi che riguardino immobili soggetti a tutela storico-artistica sia subordinata al preventivo rilascio dell’autorizzazione richiesta dalla relativa normativa. Di fatto il suddetto testo legislativo si richiama al Codice sulla Tutela dei Beni Culturali ogni qualvolta si prospetti un intervento edilizio su di un immobile o un area protetta.
L’articolo 1 non lascia margine di incertezza: “Restano ferme le disposizioni in materia di tutela dei beni culturali e ambientali contenute nel decreto legislativo n. 42 del 2004…”.  

Il proposto decreto legge sul piano casa è volto a ridimensionare una prassi considerata troppo lunga pur nella sua finalità difensiva, prassi che concedeva alla Soprintendenza un tempo massimo di 120 giorni per rispondere alla richiesta di autorizzazione ricevuta. Per i nuovi interventi diventerebbe obbligatoria esclusivamente la dichiarazione del progettista sul rispetto della normativa vigente per ogni intervento da realizzare. Nelle intenzioni del Governo, rimane dunque la DIA, ma il parere preventivo della Soprintendenza non ne è più parte vincolante. L’opinione dell’Amministrazione, oltre a perdere il suo carattere cautelativo, dovrebbe essere fornita in tempi decisamente più brevi rispetto le norme attualmente vigenti, superati i quali, il silenzio viene considerato assenso e non più sospensione dell’istanza.  

Acquisterebbero di contro più potere in materia le Regioni. Ad individuare gli ambiti nei quali gli interventi edilizi sono esclusi o limitati, con particolare riferimento ai beni culturali, devono essere, secondo la proposta legislativa del Governo, proprio le leggi regionali. Ogni regione ha il compito di impegnarsi ad approvare le proprie leggi ispirate ad obiettivi nazionali comuni. Si paventa dunque la possibilità di perdere le condizioni per un’azione accentrata e dunque più uniforme rispetto alle singole potenzialità regionali, su un patrimonio che, ancor prima di essere specificatamente proprio di un territorio regionale, appartiene al patrimonio nazionale collettivo.

Alle riflessioni fin qui fatte circa il complesso di beni storico-artistici esistente, c’è poi da aggiungere un’ulteriore considerazione in merito alla costruzione ex novo di agglomerati urbani. Il rischio della propagazione di una febbre edile potrebbe facilmente condurre alla costruzione smodata di smisurate strutture abitabili, che soddisferebbero anche “il fabbisogno abitativo delle famiglie o di particolari categorie […] nella condizione di più alto disagio sociale…”, ma forse non sempre finirebbero per rispondere a principi di decoro estetico, nel momento in cui verrebbe meno una legislazione volta a tutelare questo particolare aspetto. L’edificazione di nuove aree, ad inevitabile scapito del patrimonio naturale del paese, dovrebbe almeno poter significare l’opportunità di rilanciare la giovane architettura italiana, con la realizzazione di unità abitative che siano funzionali alle richiesta odierna, ma che siano altresì esempi di nuova arte al servizio dell’uomo.

L’articolo numero 9 della Costituzione Italiana recita: “La Repubblica Italiana promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Forse basterebbe semplicemente riflettere con la debita attenzione su questo principio, posto a fondamento della legislazione nazionale, per fugare remore e polemiche.  





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