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Rubrica: "L’arte del diritto, il diritto dell’arte" a cura dell’Avvocato Andrea Pizzi
Autore: Andrea Pizzi
Data: 03.02.2009

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Articolo pubblicato su ArtKey n 8 | Gennaio-Febbraio 2009

Andrea Pizzi. Classe 1970. Avvocato. Membro UIA (Union Internationale des Avocats) Paris, membro ABA (American Bar Association), USA. Dal 2005 è presidente della Commissione Diritto dell’Arte UIA. Opera nel settore attraverso una propria rete di avvocati nel mondo. Organizza seminari e conferenze internazionali per approfondire e discutere le problematiche relative al diritto dell’arte (Salvador de Bahia 2006, Parigi 2007, Bilbao 2008, Bucarest 2008, Malaga 2009).


Pubblico e privato nelle legislazioni europee: i casi Francia e Germania

L’impresa per l’arte. Cosa può fare l’impresa per il sistema dell’arte? Come lo può fare?
L’impresa segue la sua natura: ciò che viene fatto è bene farlo per denaro. Direttamente o indirettamente.
È l’economia dello scambio, ma dello scambio vantaggioso. Con l’arte l’impresa non cerca direttamente di vendere di più, cerca di costruirsi un’anima, di sviluppare un sentimento positivo o quanto meno di attenzione nei suoi confronti.
Uno degli strumenti principali è quello della fondazione, che permette di separare l’attività specifica d’impresa da quella a sostegno dell’arte, soprattutto contemporanea. Lo strumento fondazione, direttamente legato al nome dell’impresa, al suo marchio o all’identità della famiglia imprenditrice, permette proprio la separazione dall’attività d’impresa vera e propria, mantenendo stretto il legame e l’identificazione con l’impresa stessa.
In Europa coesistono molti modelli di “fondazione” e ogni paese ha la sua propria definizione. La “fondazione d’impresa” non esiste giuridicamente in Italia, dove è possibile utilizzare lo strumento della fondazione previsto, in via generale, dal codice civile. Esiste invece in Francia, come “fondation d’entreprise”, istituita con la legge 4 luglio 1990: la fondazione può sovvenzionare progetti, sostenere musei, commissionare opere, sostenere con premi e borse di studio la produzione artistica giovanile, etc. Certo, il tutto viene sempre presentato come mecenatismo, ma lo è solo in parte, o non lo è affatto. Non solo mi costruisco un’anima, non solo posso indossare un vestito “culturale”, posso anche comunicare il mio marchio a condizioni vantaggiosissime: la copertura che i media possono dare al mio “evento d’arte” mi costa sempre molto meno delle mie campagne pubblicitarie sugli stessi mezzi di informazione. Posso poi sempre contare sulle opere che acquisto, sugli artisti che promuovo, che mi portano ulteriori vantaggi.
Quindi, tutto in perdita per l’arte? Per nulla. È solo uno scambio. Anche l’arte ci guadagna. I musei fanno quadrare i propri bilanci o hanno nuove opere da esporre che altrimenti non potrebbero permettersi. Gli artisti lavorano. I giovani artisti possono anche rischiare di farsi conoscere.
Esiste comunque la figura vera e propria del mecenate, anche se rara, che regala la sua collezione al museo cittadino o spende soldi per ristrutturare e costruire spazi per l’arte. Il ricordo del nome, a futura memoria, “compensa” la liberalità.
Interessante e pratico il c.d. “mecenatismo di prossimità”, piccoli interventi molto utili: l’impresa che offre schermi al plasma per un’esposizione, la nuova illuminazione delle sale di un museo, etc.
Una delle forme a mio avviso più belle e riuscite di sostegno all’arte è il “kunstverein” tedesco costituito da una struttura associativa senza scopo di lucro che comprende persone fisiche, imprese e organismi pubblici quali municipalità e regioni. Ciascuno collabora al sostegno artistico comune assumendosi la sua misura di sostegno, finanziario o in natura. Il modello del kunstverein nasce nella prima metà del XIX secolo a Norimberga, Amburgo, Colonia, per riprendere nuovo slancio nel secondo dopoguerra (uno per tutti, NBK - Neuer Berliner Kunstverein). Da ogni realizzazione di kunstverein sono sempre scaturiti un’attenzione e un sostegno costante verso il nuovo in arte e i suoi protagonisti, un vero dialogo col presente. Si è sempre ricercata la massima partecipazione democratica: ciascuno può diventare membro e avere la possibilità di dividere le decisioni e le responsabilità della programmazione annuale di sostegno. Sarebbe auspicabile che i “distretti culturali” italiani evolvessero verso questo modello, nascendo per spontanea aggregazione e su base partecipativa diretta.
Altresì molto interessante l’attività posta in essere in Francia negli ultimi anni per cercare di incoraggiare l’impegno degli attori della vita civile, le imprese in particolar modo, nella vita culturale della comunità. L’azione francese, con la legge 1 agosto 2003, si base su tre pilastri: sviluppare il mecenatismo dei singoli e delle imprese attraverso maggiori incentivi fiscali, alleggerire la pressione fiscale in capo alle fondazioni, accelerare e semplificare il riconoscimento di utilità pubblica. È incentivato l’acquisto di opere d’arte di artisti viventi da parte delle imprese. Come contropartita lo Stato francese chiede di esporre le opere acquistate in luoghi pubblici determinati. Deduzioni fiscali sono previste anche per l’attività di sponsorizzazione (parrainage), che il legislatore transalpino ben distingue dal mecenatismo, considerando l’attitudine a promuovere il marchio e il prodotto d’impresa, con preciso scopo di promuovere l’attività commerciale e con una ricaduta quantificabile e proporzionale all’investimento iniziale. Sarebbe auspicabile anche in Italia una misura normativa simile.

In copertina:
Cesare Pietroiusti, Senza Titolo, 2008 Acido solforico su banconote da 1 e 5 $ 3000 esemplari unici in distribuzione gratuita Prodotto da CCCS, Firenze e Galleria Franco Soffiantino, Torino  





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