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TRASPARENZA NEL MERCATO DELL’ARTE E FISCALITA’
Data: 25.11.2008

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Articolo pubblicato su ArtKey n 8 | Gennaio-Febbraio 2009

TRASPARENZA NEL MERCATO DELL’ARTE E FISCALITA’


Nel mercato italiano dell’arte la mancanza di trasparenza da più parti denunciata è in gran parte determinata anche dalle vigenti disposizioni fiscali che penalizzano e, di fatto, disincentivano sia l’operatore professionale del settore sia il collezionismo pubblico e privato.
Infatti, mentre per altre tipologie di “investimenti” è usuale la previsione di regimi di tassazione agevolati (si pensi, ad esempio, alle rendite finanziarie che scontano una tassazione ridotta in considerazione del fatto che si è in presenza di reddito reinvestito e, quindi, già tassato), con riferimento all’arte nessuna riduzione è prevista né con riferimento alle imposte dirette né con riferimento all’imposta sul valore aggiunto.
Ma vi è di più.
Non solo la normativa fiscale interna non prevede agevolazione alcuna per quanti investano in opere d’arte, ma risulta fortemente penalizzante se confrontata con le disposizioni fiscali vigenti negli altri Paesi europei.
Difatti, con riferimento all’imposizione indiretta, le aliquote IVA applicate in Italia (20% per le cessioni effettuate da Gallerie d’arte; 10% se la cessione è effettuata direttamente dall’artista o dai suoi eredi o legatari cfr. D.P.R. 633/72, tabella A, parte III, n. 127-septiesdecies) sono tra le più elevate di quelle vigenti negli altri Paesi della Comunità, a tutto discapito del mercato dell’arte nazionale. Basti il riferimento all’aliquota IVA tedesca che è del 7%, a quella spagnola del 9% ovvero a quella svizzera del 6%.
Se si considera poi che la cessione di un’opera è altresì gravata dal c.d. “diritto di seguito” da riconoscere all’artista (determinato sul prezzo di vendita con l’applicazione di aliquote decrescenti per scaglioni, con prima aliquota del 4%, cfr. art. 150 l. 633/41 Legge sul diritto d’autore, come modificato dal d.lgs.118/2006 di attuazione della direttiva 2001/84/CE), è naturale prestare adesione all’istanza di quanti chiedono una riduzione dell’aliquota IVA che, oltre ad allineare il nostro Paese al resto d’Europa comporterebbe anche l’emersione di valori più vicini al reale, con una buona approssimazione verso la logica della “trasparenza dei prezzi”, caratteristica indispensabile per l’esistenza di un “mercato”.
In quest’ottica, durante la scorsa legislatura, era stata avanzata una proposta di legge volta a incentivare il mercato dell’arte contemporanea.
È da auspicare che queste istanze vengano fatte proprie anche dall’attuale legislatore e che pertanto questo sia seriamente intenzionato ad attribuire dignità di investimento agevolabile agli acquisti effettuati anche dal privato in campo artistico.
Quanto agli acquisti effettuati da professionisti e imprese, l’attuale disciplina è per i primi fortemente penalizzante.
Infatti l’art. 54 T.UI.R., ai fini della determinazione del reddito professionale, esclude che i beni e gli oggetti d’arte rientrino tra i beni strumentali all’esercizio della professione, per essere invece qualificati quali spese di rappresentanza deducibili nel limite dell’1% dei compensi percepiti nel periodo d’imposta; e ciò anche qualora il bene sia utilizzato quale bene strumentale (si pensi ad es. una antica e preziosa scrivania utilizzata da un avvocato per lo svolgimento della propria attività o al quadro posto nella stanza di rappresentanza di un prestigioso studio notarile).
Nulla è poi previsto relativamente a tali beni per la determinazione del reddito di impresa.
Già con riferimento alla disciplina civilistica e fiscale vigente prima dell’introduzione degli IAS, in assenza di una disciplina espressa, la giurisprudenza e la prassi nazionale concordavano nel ritenere che l’opera d’arte, quando di vera opera artistica si tratti, di norma “pur rilevando tra gli investimenti patrimoniali della società, non costituisce un cespite ammortizzabile e pertanto il relativo costo non può essere ammortizzato né altrimenti dedotto dal reddito di esercizio”. In tal modo, anche quando non venga negata l’inerenza del costo alla produzione del reddito, la conclusione è quella della indeducibilità fiscale dello stesso. ( vedasi: Corte di Cassazione n. 22021 del 22 giugno 2006; Comitato antielusivo parere n. 29 del 14 ottobre 2005; parere n. 8 del 5 maggio 2005). Tale conclusione discenderebbe dalla nozione stessa di bene ammortizzabile quale bene soggetto a “deperimento e consumo”, dal momento che l’ammortamento civilistico e fiscale riflette il tasso di usura cui sono soggetti i beni strumentali in relazione all’impiego cui vengono destinati nella produzione del reddito. Un’opera d’arte, invece, non solo ha una “vita economica” pressoché infinita, ma è interessata ad un processo di incremento di valore che appare l’esatto opposto del presupposto del processo di ammortamento. Tuttavia, va precisato che non è invece da escludersi tout court l’inerenza del costo alla produzione del reddito quando l’oggetto d’arte venga utilizzato quale arredo dell’immobile nel quale è esercita l’attività d’impresa. In tal senso si è espresso anche il Comitato consultivo col parere n. 8 del maggio 2005, che ha qualificato “ spese per l’acquisto di beni strumentali da dedurre mediante ammortamento, quelle relative ad una statua in metallo da esporre nell’area pertinenziale della sede e ad un quadro da esporre preso la sede” di un Istituto bancario. Il principio di inerenza va comunque applicato in ragione di un criterio di congruità del costo rispetto al fatturato dell’impresa.
L’entrata in vigore degli IAS è peraltro coincisa temporalmente con la presa di coscienza da parte di numerose società quotate – in particolare le banche – della rilevanza e del pregio delle proprie opere d’arte e della possibilità che le stesse, molto spesso, possano venire catalogate in vere e proprie “collezioni”.
Pertanto per un soggetto quale un istituto bancario che determina il reddito ai fini IRES e IRAP tenuto conto delle disposizioni IAS, è doveroso porsi il problema della corretta contabilizzazione di tali attività non solo ai fini civilistici ma anche fiscali.
Anche ai fini fiscali è infatti assolutamente rilevante la corretta qualificazione e contabilizzazione del bene artistico e la scelta del criterio di valorizzazione in bilancio ( costo o fair value).
Seguendo il criterio del costo ritengo che, a maggior ragione a seguito dell’introduzione degli IAS, debba escludersi l’ammortamento e ancor più decisamente la integrale deduzione del costo nell’esercizio di acquisizione, trattandosi di beni indeperibili. Pertanto, la corretta applicazione dei principi contabili internazionali porta a conclusioni analoghe a quelle già raggiunte dalla giurisprudenza nazionale attraverso l’applicazione dei principi contabili nazionali.
Nel caso della valutazione al fair value – che appare a mio avviso la più coerente – il test di impairment consentirà di operare le svalutazioni e le rivalutazioni in funzione delle variazioni che anche l’opera d’arte possa subire nel tempo. A questo fine sarà necessario il ricorso ad advisor indipendenti, al pari di quanto accade per altri assets patrimoniali aventi caratteristiche peculiari (si pensi ad un bene immobile non fruibile a scopi diversi dalla sua attuale destinazione se non a seguito di radicali trasformazioni).
Proprio la presenza sempre più rilevante di players di necessità “trasparenti” come le banche, le assicurazioni e le grandi imprese consentirà gradualmente di creare un “mercato” per quanto atipico, atteso il carattere di “unicità” che tipicamente caratterizza l’opera d’arte.
Solo un accenno, infine, alle problematiche fiscali che potrebbero insorgere in capo a quelle imprese che in sede di first time adoption dei principi contabili internazionali abbiano erroneamente contabilizzato in bilancio le opere d’arte, per esempio deducendone integralmente il costo. Alla luce della Finanziaria per l’anno 2008 (art. 1, commi 58 e 61) e del recente D.M. 28 ottobre 2008 non pare che la norma transitoria di cui all’art. 6 D.M. citato consenta di ritenere “salvo” ogni comportamento tenuto nel triennio 2005-2007, richiedendosi comunque la conformità del criterio adottato alla corretta applicazione dei principi contabili internazionali.
Discorso diverso da quello fin qui condotto, potrebbe invece riguardare quei beni che non costituiscono un vero e proprio investimento ma, per esser pervenuti a seguito di procedure espropriative o fallimentari ovvero acquistati con l’intendimento dell’istituto di credito o dell’impresa di rivenderli, vanno qualificati quali “beni destinati alla vendita”.
In quest’ultimo caso a me pare più coerente una classificazione di tali beni nell’attivo circolante, con le connesse ricadute anche sul piano fiscale.
Infine vi è da chiedersi quale regime fiscale meglio si attagli all’ipotesi dei costi finalizzati al restauro o alla valorizzazione di un bene di rilevante valore artistico da parte di un’impresa che non ne abbia la proprietà allo scopo di accrescerne il prestigio e migliorarne l’immagine. Credo che l’inerenza di dette spese sia indubbia e che vadano a contrastate le prospettazioni che giungano alla negazione anche parziale della loro deducibilità tramite il ricorso, ad esempio, alla nozione di “spese di rappresentanza”. Piuttosto io credo che, data l’importanza della conservazione del patrimonio artistico del Paese, sarebbe altamente auspicabile una previsione normativa latu senso agevolativa, quale quella prevista per un’altra tipologia di spese a rilevanza sociale, le spese di ricerca scientifica, le quali ultime possono essere portate in deduzione nell’esercizio di sostenimento o ammortizzate con un’opzione che è lasciata alla libera discrezione dell’impresa.
Il rapporto di stretta connessione tra la spesa sopportata e l’esigenza dell’impresa di promuovere, anche tramite l’arte, la propria immagine oltre che il proprio impegno sociale in sé e per sé considerato, consente di distinguere quest’ultima ipotesi da quella prevista per le mere erogazioni liberali o attività di mecenatismo a favore di organizzazioni a tutela del patrimonio artistico, che il legislatore fiscale tratta quale onere detraibile dal reddito (come tale deducibile nella misura del 19%, vedasi gli articoli 15 e 78 T.U.I.R.) arrogandosi peraltro il potere di verificare la “qualità” del destinatario e l’effettivo utilizzo della devoluzione per le finalità previste dalla norma.





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