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Intervista a James Bradburne direttore del Palazzo Strozzi
Data: 01.03.2008

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Vai alla sede: CCCS - Centro di Cultura Contemporanea Strozzina


Cultura pret a mangé, arte che si consuma in un giro di transenne. Non vive solo qui, nelle grandi esposizioni, l’azione creativa del tempo. Il campo pratica dell’estro oggi è un luogo condizionato da molteplici fattori e non è sempre facile andare verso nuove sperimentazioni. C’è di mezzo la tecnologia, la necessità di interagire con il soggetto, di sublimare l’arte nel quotidiano, di modo che il presente ci sorprenda nell’attimo in cui la percezione e il sentire ci avvicinano all’artista.
In questa nuova stagione di formalismo estetico, di rivisitazione dei contenuti, la Fondazione Strozzi a Firenze ha scelto di diventare non solo un’ osservatorio privilegiato sul contemporaneo ma di praticarlo ponendo al centro di tutto il pubblico e le sue necessità. James Bradburne, Direttore del Palzzo Strozzi, ci spiega come sta cambiando l’istituto culturale soprattutto alla luce del nuovo CCCS, Centro Culturale Contemporaneo Strozzina

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Sandra Salvato: Strozzi e Strozzina, è la costruzione di un centro unico?

James Bradburne: L’idea di centro è un modello che punta sull’utilizzo dello spazio aperto per il flusso del fruitore, un luogo cioè non legato strettamente ad eventi singoli come le mostre. Vorrei meglio definire la differenza tra fruitore e visitatore: il visitare descrive un’azione puntuale, io arrivo, pago il mio biglietto, vedo la mostra. Ergo, io sono un visitatore. L’idea di un centro e quindi di Palazzo Strozzi è di incoraggiare invece la fruizione del Palazzo, affinché le persone interagiscano con questo istituto e vadano oltre la mostra che è un singolo evento. Qui è possibile sostare per un caffè, prendere informazioni sulla storia dell’edificio, assistere ad un concerto, scendere in Strozzina. Sulla costruzione di questa nuova pratica si basa l’idea di Centro e vorrei che Palazzo Strozzi diventasse un grande Centro culturale.
L’attività portante del Palazzo saranno sempre le grandi mostre. Certo il visitatore non tornerà più di una volta a vedere lo stesso allestimento, salvo rare le eccezioni. Penso a questo come ad un’azione definita nel tempo e nello spazio. La Strozzina fin dall’inizio è concepita al contrario come luogo che ospita eventi ma anche un vasta gamma di altre possibilità che non sempre sono collegate con un evento. Ci saranno una biblioteca, archivi, postazioni per la connessione wireless….

C’è un’operazione di destrutturazione che mira a stravolgere un sistema codificato e rodato quale quello conosciuto fino ad oggi (la mostra permanente). Con la nascita della Strozzina si è solo dotato il posto di qualcosa in più? Insomma, tanto di più o tanto di diverso?

Certo con la Strozzina abbiamo aggiunto qualcosa, e il modo in cui ci siamo mossi è lo stesso anche per le grandi mostre, come quella di Cézanne ad esempio. Va sottolineato il fatto che normalmente questi grandi allestimenti sono nelle mani degli esperti e di nessun altro. Con Cézanne invece abbiamo dato inizio ad una nuova esperienza che vede coinvolti anche ragazzi e genitori. Abbiamo creato delle didascalie per loro in modo da stimolare una discussione, coinvolgere alcune parti fino ad oggi mai contemplate se non come semplici visitatori. Palazzo Strozzi deve diventare un oblò, un luogo di sperimentazione e di osservazione, per far interagire il pubblico e coinvolgerlo nel processo creativo. Anche la prossima mostra sulla Cina avrà delle varianti. Alcuni oggetti esposti infatti saranno commentati direttamente dai cinesi, del resto solo loro possono giudicare qualcosa che appartiene loro. Perciò, come vede, persino l’approccio ai grandi eventi, agli allestimenti importanti segue una strada contemporanea, dove per contemporaneo intendo una diversificazione dell’offerta che possa coinvolgere le persone e rispondere alle loro esigenze. Noi, Palazzo Strozzi, ci vogliamo aprire a diverse voci, ad un diverso pubblico. Questo è il marchio che vorrei per il Centro.

Il Nord Europa cui lei ha fatto spesso riferimento in varie occasioni, in che modo può essere di esempio per noi?

Per esempio il Centro Pompidou, che ha le mostre, gli eventi, le biblioteche, le librerie, il caffè, il ristorante, e non è solo un centro ma anche un modello architettonico. E’ un vero Centro, non un palazzo dell’esposizione e questo perché ha funzioni che non sono legate alla puntualità, alla visita unica. Vede, negli ultimi anni siamo stati sedotti dall’idea del blockbuster. Mi spiego con una metafora: è come dire che Botticelli gioca contro Leonardo e tutti vengono allo stadio per assistere alla partita, al grande evento unico ed è qui che è abbiamo commesso lo sbaglio. Abbiamo voluto rispondere ad un problema che riguardava i musei e le gallerie d’arte negli anni ‘60/’70, all’epoca nessuno pensava al fruitore. Anche la formula inventata da Thomas Hoving nei primi anni sessanta per attirare nuovamente i visitatori al Metropolitan Museum non ha funzionato. La mostre curate da Hoving si sono rivelate un mostro; facciamo del museo un dipartimento atto ad ospitare mostre contemporanee come una sorta di godimento usa e getta, tale e quale a quello generato da un blockbuster. Da quel momento purtroppo abbiamo perso un po’il filo. L’idea attuale è invece quella di alimentare una riflessione sulla nostra situazione contemporanea, su come sono le persone e come si muovono nel mondo contemporaneo, soggetto alle influenze economiche, culturali, della globalizzazione. Abbiamo bisogno di riprendere la strada di mezzo tra il museo che non cambia mai la sua collezione e il meccanismo blockbuster, per fare un Centro dove tutti possano tornare e fare anche altre cose. L’ambizione per Palazzo Strozzi è che la Strozzina rappresenti da una parte la dimensione extra, il passo più lontano dall’idea della staticità, della fissazione sulle mostre come motore della cultura. Non vorrei che il nostro istituto culturale assomigli ad uno stadio dove vanno i visitatori. Questi arrivano, si siedono, vedono la partita tra Botticelli e chissacchì. Vorrei un posto dove le persone interagiscano a vari livelli.

Lei chiede un pubblico colto.. Oggi alle grandi mostre arriva anche il turista medio, ma il centro presuppone una “domanda” più alta

Credo siano due le parole chiavi, per il nostro secolo intendo. Questa è la vera sfida, per l’economia, l’ecologia, la politica, la cultura. Sono sostenibilità e diversità. La monocultura, che sia quella degli impressionisti, del litorale americano, etc…è pericolosa. La diversità al contrario, qualsiasi essa sia, deve essere sostenuta, e deve essere la direzione del nostro istituto culturale. Dobbiamo alimentare la diversità dell’offerta culturale poiché solo questa apre alla libertà delle persone di non volere tutti le stesse mostre. E non credo che il pubblico si differenzierà più di tanto da quello attuale. In un certo senso dobbiamo solo invitarli a sfruttare meglio le potenzialità del posto. Parliamo di sostenibilità. Prendiamo il Guggenheim di NY. Thomas Krens è un direttore visionario molto interessante che ha basato la sua strategia economica sul turista. Ha detto “mettiamo solo grandi blockbuster per turisti” e così facendo ha cambiato radicalmente la natura della Guggenheim collection. Ha realizzato grandissime mostre mettendo in atto tuttavia una strategia monoculturale. Dopo l’11 settembre Krens ha perso in un anno quasi tre milioni di dollari, licenziando il 40 % dei suoi dipendenti, una catastrofe. Questo modello non è sostenibile. Qui offriamo una diversità di esperienze, pagate e non pagate, abbiamo aperto il cortile, abbiamo messo le panche, organizziamo dei concerti, la mostra permanente sul palazzo ad esempio è gratuita, tutti possono transitare tranquillamente. Ci sono alcuni stranieri che tornano con i figli e costruiscono nel tempo una relazione con questo istituto. Noi puntiamo a questo tipo di persone.

Con quali criteri scegliete un progetto di arte contemporanea, dove vi state guardando?

Cultura contemporanea non è solo Arte. I criteri che utilizziamo certo includono anche quello economico anche se questo non è stato determinante per la Strozzina che non è pensata come motore di ricavo. Il prezzo di entrata è veramente esiguo. Abbiamo altre ambizioni. Criteri intellettuali per esempio: siamo interessati ad esplorare e ad aprire una riflessione sulla nostra contemporaneità, ci sono cose che toccano le diverse parti della nostra società e cerchiamo quelle persone che siano interessate a questo tipo di esperienza. Alla fine dell’anno avremo in effetti una mostra che riguarderà l’arte e il denaro, l’arte e il suo mercato. Non possiamo esistere pensando che ci sono artisti che non fanno parte di un sistema e questo per noi è un stimolo interessante. Stiamo lavorando anche ad un altro progetto sull’identità, sul cambiamento, sulla trasformazione che si sta compiendo grazie ai network, al progresso, etc…

L’ ingresso delle nuove tecnologie come ha cambiato l’arte contemporanea?

Prenda Franziska Nori, curatrice di Sistemi Emotivi, la mostra che ha inaugurato il CCCS. La sua esperienza precedente riguardava un progetto sul digitale a Francoforte. Direi che questo è indicativo del nostro modo di pensare.. Scegliamo e formiamo il comitato di indirizzo di un progetto avendo soprattutto riguardo al modo di pensare dei nostri collaboratori, alla loro voglia di cambiare e di stare al passo e in ascolto dei tempi che corrono.

E’ pronta Firenze ad accettare questa nuova dimensione culturale?

Per ogni processo serve del tempo. Magari i risultati li vedremo nei prossimi mesi. Questo modello non è ancora dappertutto. Magari a Londra esistono istituti che non sono andati in questa direzione. Forse ci vorranno addirittura 5 anni, dobbiamo dare tempo al pubblico di accettare un’altra pratica culturale. Dobbiamo proseguire l’esperimento, tuttavia non sarà mai tutto per tutti. Ci sarà comunque una nuova dimensione fiorentina. Non pretendiamo di essere una risposta a tutti i problemi della cultura contemporanea ma vogliamo essere un’opportunità, un catalizzatore che può mettere in atto diverse sinergie a livello internazionale, come di fatto già succede. Siamo parte di una rete, sempre in contatto, seduti ad una tavola rotonda a discutere di ogni passo in avanti. Siamo aperti alla discussione, non alla concorrenza. Il problema è convincere la gente ad andare a visitare una mostra. Io spero che questo modello venga citato e portato come esempio, esportato.

Le prime reazioni emotive del pubblico a Sistemi Emotivi?

Facciamo tutti i mesi un sondaggio rivolgendo questa domanda a circa 500 persone. Il livello di soddisfazione è alto, sono circa il 50%, per la maggior parte si tratta di studenti.
Istituiremo, con molta probabilità entro il prossimo autunno, gli Amici di Palazzo Strozzi, un consiglio di bambini e genitori per sviluppare alcune parti del nostro istituto, dobbiamo sapere ascoltare no? Questo è un approccio contemporaneo.






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