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PINO PINELLI - LA PITTURA È FEMMINA / LA PITTURA È AMBIGUA
Data: 26.04.2017

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L'ARTE È UN ENIGMA IRRISOLTO E CANGIANTE


M’interessa ciascuna delle infinite sostanze inestese
o centri di forza (o di coscienza) che,
come unità autonome, costituiscono l'universo
”.
G.W. Leibniz (1646-1716)


Pino Pinelli, interessato alla ridefinizione della pittura tra profondità, corporeità e cosmogonia, creando delle vere e proprie monadi pittoriche, è riuscito a concretizzare in pittura ciò che Leibniz teorizzò nel dibattito metafisico sulla sostanza.

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Disseminazione tre colori

Operazione senza pari che, sfruttando le geometrie inverse di Piero della Francesca, Malevic e Fontana, genera un risultato speleologico, (nel senso greco di spélaion=caverna e lògos=discorso) e, come una supernova, fornisce un costrutto cosmico, dettando un'interpretazione sull'origine e sulla formazione dell'universo.
L’artista siciliano intesse delle architetture cromatiche che invadono lo spazio, lo colonizzano interagendo con esso senza porre limiti.
Frantumando la pittura, che viene disseminata sulle pareti come farebbe un seminatore colle sementi, allo stesso modo di un Millet primigenio, rigorosi o gonfi, leggeri o geometrici, i cloni modulari e monocromi di Pinelli danzano come farebbe un Matisse odierno in 3D.

Un’anima doppia, razionale e seducente, ingloba l’opera. Pigmento essicato appare con la stessa sinuosità, morbidezza e tattilità del velluto. Per chi ha il coraggio di sfiorare il lavoro si accorge invece che è più altero, che c'è una forza. Affascina ma, al tempo stesso, mantiene una distanza.
Anche nella musica avviene la stessa cosa; c’è un’improvvisazione, un’avventura, una sensibilità, ma poi prevale il dominio della nota, del rigore, del raziocinio.

L'arte di Pinelli è davvero un enigma irrisolto e cangiante che cerchiamo di farci spiegare in questa intervista.

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GSS: come hai iniziato a fare arte? Quando uno si accorge di essere un artista. Ci sono avvisaglie o epifanie improvvise?
PP:
Sono come un guerriero cieco che cerca disperatamente la luce. Già da ragazzo ero fortemente attratto dalla ricchezza dei colori su una tavolozza tant’è che amavo stenderli per sentire il brivido della luce. E’ stata, per me, una necessità naturale accostarmi all’arte.
Ed è stato mio padre, che aveva una bellissima voce e tanto avrebbe desiderato dedicarsi al bel canto, a incoraggiarmi a seguire studi artistici.

GSS: prima hai usato una geometria morbida non euclidea ma topologica, poi sei passato ai monocromi, dove però nella superficie sono racchiuse in soluzione ansiosa sette e otto tonalità quasi magmatiche, prima ancora erano pitture… il tuo lavoro ha subito varie declinazioni, a quale parte ti senti più affine?
PP: sono sempre stato un artista aniconico. Dai primi lavori agli inizi degli anni ’70 - geometrie morbide risolte con una pittura che dava una sorta di pulsione, di stato ansioso- nel tempo con processi di continua sottrazione e riduzione, sono approdato ai monocromi che, come notavi, hanno molte tonalità interne fino ad arrivare alla rottura del quadro nel 1976 e alla disseminazione degli elementi, sempre dello stesso anno. Naturalmente è stato un percorso che ha richiesto un continuo affinamento per giungere a individuare una mia sintassi del fare pittura.
L’artista italiano avverte il peso della grande storia; c’erano tutti quegli occhi che mi guardavano: di Giotto e Masaccio, di Piero della Francesca e Caravaggio, fino a Fontana; la tradizione è meravigliosa, ma è anche un enorme peso. Agli autori americani invece è concesso scrivere quotidianamente la propria storia senza misurarsi col passato.

GSS: chi sono stati i tuoi maestri?  Oggi chi ti piace tra i giovani stranieri? Inoltre il tuo gesto ha delle assonanze musicali, come un pentagramma scultoreo. Chi sono i tuoi riferimenti nella musica?
PP:
Masaccio per l’interiorità pensosa dei suoi personaggi, Piero della Francesca che, con la sospensione del tempo e la distanza atarattica dei suoi protagonisti potenti, massicci, anticipa la metafisica, Caravaggio che con il taglio di una luce quasi “cinematografica” esalta le figure, Matisse che è la felicità del colore, Mondrian per la misura e il ritmo. E poi Fontana perché supera ogni limite e inventa una nuova dimensione.
Tutto questo per un artista è nutrimento, ma poi deve “dimenticare a memoria”, per citare Vincenzo Agnetti.
Essere artista è un fatto fisiologico. Le forze giovanili guardano ad altro, al sociale, al politico. Io cerco il sublime, non dimenticare che io vengo da Matisse.
Nella musica amo molto Bach, gli autori barocchi, il Jazz e il Blues - che ritengo un grande contributo americano – fino a John Cage e altri.

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Pittura, 1990

GSS: Veniamo ai colori. La tua sintassi del fare, del dipingere viene riscritta col gesto del seminatore, un gesto morbido, primordiale come i colori che usi per lo più primari predominanti il giallo, il blu, il rosso e poi di conseguenza i neri, bianchi e grigi. Hai un rimando nostalgico alla tua terra, la sicilia, nella luce potente del sole, nel fuoco dell’Etna, nel blu del mediterraneo, nel nero della lava e il grigio e la cenere dell’Etna o il bianco della neve?
PP:
Sono nato in Sicilia e vi sono cresciuto fino a 25 anni e, naturalmente il mio imprinting si è formato li.

GSS: Veniamo ai procedimenti. Pelle di daino, essicazione lunga e lenta, sostituzione della tela con una flanella che procura ulteriore tattilità. Poi la colorazione, un velluto autobloccante e infine intervieni col colore. Quanto ti stanchi a produrre? Nonostante la serenità imperturbabile che emana dai tuoi lavori emerge una doppia anima, sia razionale che seducente. Come dicotomicamente convivono?
PP:
La pittura è femminile. La pittura ha un corpo che va modellato. Nella tua introduzione all’intervista hai già ben delineato i caratteri del mio lavoro che richiede vari procedimenti e particolari usi dei materiali che mi servono per dare sostanza. Nella fase successiva, uso pigmenti colorati e continue velature di tonalità diverse per arrivare a un assoluto. E il tutto si fa “corpo”. E’ vero. Questo lavoro richiede del tempo davvero lungo. Seduzione e carne. Questo fatto mi procura inquietudine, ma questa è necessaria per il “fare”.
L’arte è seduzione e fascinazione. È invito alla dimensione estetica dello sguardo, alla vertigine tattile del senso.     





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