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Il curioso mondo di Hieronymus Bosch
Data: 07.12.2016

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Bizzarro e prodigioso, macabro e maestoso, in occasione delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte dell’artista olandese (1516), arriva nelle sale il 13 e 14 dicembre 2016 la mostra del secolo:

Il curioso mondo di
Hieronymus Bosch


Povera è la mente che usa sempre le invenzioni degli altri e non inventa nulla da sé.
Hieronymus Bosch

Chi più di questo artista così copiato può dirlo? Con questo motto autografo del genio visionario olandese le cose sono chiare. O hai fantasia o vai a fare il tassista. Infatti, senza nulla togliere alla professione, quando si tratta di creatività, nel mondo dell’arte, della scrittura, del cinema o si è originali o si cambia lavoro.
Io la penso totalmente come Bosch che d’insegnamenti ne da moltissimi; non solo nella mostra del secolo, ma anche nel film che la ritrae e la rende fruibile a tutto il mondo; non solo alla fortunata cittadina che gli ha dato i natali in Olanda, 's-Hertogenbosch che custodisce il museo che con quei capolavori, ma anche perché se c’è uno fantasioso, innovatore, visionario è proprio Bosch che fu precursore di Brueghel, Goya, Dalì, del surrealismo e molti altri.
Questa mostra a Den Bosch di Hieronymus van Aken, (che fece una fantasiosa crasi persino tra il suo nome e il luogo di nascita) ospita oggetti, libri, sculture del tempo. Con essi un nucleo di 20 dipinti autografi riuniti per la prima volta e 19 magici disegni, tutto in memoria, a 500 anni esatti dalla sua morte, dell’uomo che ha dipinto l’assurdo e che moralizzava la società.

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Campus habet oculos, silva aures. Oltre ad un motto antico latino, traducibile con un invito alla discrezione, come dire: siamo sempre osservati e non dovremmo indulgere in comportamenti privati, tanto più, attualissimo oggi, Il bosco ha orecchi, il campo ha occhi, è anche titolo di un immaginifico disegno. Il sottile gioco di Bosch coinvolge l’individuo, l’artista che, con il proverbio in cima al disegno allude sia alla città che significa bosco ed anche al suo cognome Bosch (bosco) per l’appunto. Siamo dunque di fronte a un gioco concettuale e a un autoritratto tipico della genialità leonardesca che porta a pensare: “voglio vedere, silenzio ascolta”.

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La sua opera assorbì anche un fermento moralista e si divise molto tra bene e male, in un’apparente visione pessimista, insegnando a essere cauti verso la vita che, in quel momento, si dipanava con incendi, carestie, epidemie di peste, guerre come quelle del duca di Borgogna che partivano proprio da Den Bosch o con Erasmo da Rotterdam e Lutero in arrivo.
Consapevole di un mondo in dissoluzione, amante della natura, grande osservatore dei suoi meandri e dei numerosi tipi di animali innestati in essa, egli trasformava topi in rondini, rospi in insetti, pesci in umani con gambe, uomini mostri in anfibi, draghi in umanoidi o zombi grigi in mostriciattoli orecchiuti, allocandosi in una posizione di creatore con la C maiuscola, tanto cara poi al Tolkien de Il Signore degli anelli o al Lucas di Star Wars.

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Nel Sant’Antonio di Madrid rivoluziona anche santità e iconografie. Distende a terra il santo di Padova, in una posa rilassata, un orso divora un cervo nello sfondo, l’agnello è piccolo e lontano, simbolo di una pace e un bene che si affievolisce.
Nel San Girolamo di Gand, suo stesso protettore, anche il leone è ridotto a un mite gattino, perduta la forza e la lealtà, il santo anche qui stranamente disteso a terra, prega quasi impacciato, costretto tra zucche e tronchi cavi. Brillante!

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Annoverato assieme ad artisti come Lucas van Leyden, Quinten Massys, Bosch fu anche un pioniere della pittura olandese di genere. Intervallando l’attrazione del male, alla precarietà dei valori dell’uomo, la fragilità terrena dell’essere umano a un’estrema innovazione formale ed espressiva, usando scene satiriche e comiche di altissimo livello egli sapeva come arrivare al cuore della gente, di quegli uomini strani, che sapeva dipingere così bene. Vivi, umani e maligni, proprio come quelli oggi.

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