ArsKey Magazine | Articolo


SPAZIO, NATURA, AFFETTI! GIOTTO, E QUEL LEGGERO, IMPALPABILE VELO DI PLANTILLA
Data: 11.12.2015

vai alla pagina

Vai alla sede: Palazzo Reale

Gli artisti correlati: Giotto


Penso che Daniel Goleman, l’autore di Intelligenza Emotiva, sarebbe felicissimo di vedere questa stupenda mostra su Giotto, primo teorizzatore visivo del cervello delle emozioni. Firmata Electa, sapientemente allestita tra luci e ombre, in corso a Milano, a Palazzo Reale, fino al 10 gennaio 2016, la mostra è ben curata da Pietro Petraroia e Serena Romano e dimostra che l’artista conosceva la teoria dello spazio e della visione.

Eh si, perché Giotto per primo nelle sue opere, parlò di emozioni, di sentimenti. Così cinematografico o teatrale, così vero, reale e attento a piccole sfumature, a delicatezze, a tocchi di sensibilità, oltre che a virtuosismi tecnici, attenzione a dettagli, impreziositi da fondi oro o lapislazzuli di blu oltremare. Spazio, natura e affetti; questi i tre campi d’indagine in una piccola, ma potentissima mostra che presenta 13 capolavori.

La leggenda narra che quando il maestro Cimabue accolse l’allievo Giotto e vide per la prima volta un suo disegno di una pecora, pare che fosse tratto in inganno da pensarla vera, data la totale perfezione. Seppur solo narrazione, non risulta difficile, data l’eccellente, moderna, innovativa pittura in mostra, crederla cosa vera.
Si rimane davvero ancora oggi esterrefatti dall’eleganza delle cromie, come nel polittico Baroncelli, dalla modernità che dialoga con un’innovazione emotiva, dalla possenza delle figure, tornite e robuste, stabili e trapezoidali come la Madonna col Bambino in entrata. L’opera di Borgo San Lorenzo, ha un volto fiero. Uno sguardo tenero, che sembra mutato in icona, che, da un lato fissa lo spettatore e, dall’altro reclina il capo verso il lato destro dove sta il suo bambino in braccio. Da un lato dolce, come solo uno sguardo di madre sa essere, dall’altro forte e fiero. Da un lato la delicatezza di un gesto sfiorato verso il bambino, dall’altro la forza e stabilità di un corpo protettivo. Valentino Felice Mannucci, cronista dell'epoca, racconta che l’immagine fu trovata in un pozzo.

Plantilla, discepola di Paolo, seguì il santo e, piangendo, si rimise alle sue preghiere.
Paolo allora, prima di essere decapitato, le disse: -“Vai Plantilla, figlia della salvezza eterna. Imprestami il velo con cui ti copri il capo; me ne benderò gli occhi e poi te lo restituirò”.
Mentre glielo stava porgendo, gli aguzzini la schernivano dicendole: -“Perché dai a questo impostore, a questo mago, un panno così prezioso che perderai per sempre?”
Giunto al luogo del martirio, Paolo si volse a est, tese le mani verso il cielo e pregò a lungo nella sua lingua materna e rese grazie. Poi disse addio ai confratelli, si bendò gli occhi col velo di Plantilla, piegò le ginocchia a terra, stese il collo, e così fu decapitato.(…) nell’aria brillò una luce intensissima e dal suo corpo emanò un odore soavissimo»


Queste parole, che narrano la drammatica vicenda del martirio di San Paolo, nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, supportano la scena dipinta da Giotto e aiuti, nel trittico eseguito per la Basilica di S. Pietro, voluto dal cardinale Jacopo degli Stefaneschi, da cui trae il nome.
Capolavoro dipinto su ambedue i lati, (Recto e Verso), con estrema precisione di dettagli basati sulle fonti, Giotto narra dei martiri. Vi rappresenta la figura di Plantilla che si protende ad afferrare il velo macchiato di sangue, annodato per un lembo e, lanciato da San Paolo decollato tra la folla, una volta asceso in cielo. A questo dolore si contrappone una natura dura, di pietre e alberi scarni, appuntiti e spogli, a sottolineare la drammaticità della scena. Soldati e cavalieri, rappresentati con mantelli, scudi e bandiere rosse, armati di lance e con elmi di metallo scuro s’infiammano, su fondo oro, che richiama il bagliore descritto nel racconto.
Il martirio di Pietro invece viene rappresentato secondo l'iconografia tradizionale, a testa in giù; non a caso il saggio di Roberto Longhi del 1952, dal titolo Giotto spazioso, aveva colto appieno la potenza spaziale e naturale di tale artista.
La scena, a cui assiste un folto gruppo di astanti, è posta tra due edifici identificati nella Piramide Cestia e nella Meta Romuli. Di nuovo le architetture, mausolei, con i loro grigi, pesanti e funesti, aiutano a evocare il senso di morte, tragedia.
Sul Verso abbiamo invece al centro San Pietro in trono tra angeli e offerenti (il committente presentato da San Giorgio, intento a offrire a Pietro il modellino del trittico); dall’altro lato la ripresa della posa di Cristo, simboleggia come Pietro ne sia il vicario (e quindi i papi suoi discendenti). Il modellino del polittico è in tutto e per tutto uguale al vero e vi compare, a sua volta, anche il minuscolo committente inginocchiato: si tratta di uno di più antichi e originali esempi di effetto Droste, in cui l’icona si ripete nell’icona, ripreso poi da Calvino dal cavaliere inesistente nello stemma di Agilulfo e da Escher.

Seppur figlio di un pastore, agricoltore o fabbro, le umili origini di Giotto, saranno eccellentemente riscattate attraverso un talento artistico senza eguali che lascia intarsiato il firmamento artistico con le sue meravigliose creature di blu cerulei, di fondi d’oro e di emozioni che intridono ciascun personaggio e che, indelebilmente ancora oggi, colpiscono e attraversano l’impotente fruitore cambiandogli il modo di percepire, di vedere.







© ArsValue srl - P.I. 01252700057