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La Grande Madre, Fondazione Nicola Trussardi, Palazzo Reale, Milano
Data: 12.11.2015

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Ultimi giorni per visitare la mostra curata da Massimiliano Gioni e che riunisce più di 100 artisti, in grado di rendere pubblico il vero volto di Lilith, il primordiale femminile notturno che nella Cabala ebraica è conosciuta come la prima donna creata da Dio, demone per i babilonesi e divinità per i sumeri, personificazione del femminino sacro, l’Antica Dea Madre. La divinità femminile primigenia è quella che ispira il percorso di Gioni attraverso i secoli, dagli studi di Marja Gimbutas alle fotografie rupestri raccolte da Olga Frobe-Kapteyn, che accolgono lo spettatore al suo ingresso, appena dopo il rosso drappeggio a forma uterina di Magdalena Abakanowicz. Profondamente affascinante l’accostamento tra le silhouette sanguinanti di Ana Mendieta e una fenditura rosa di Lucio Fontana, secondo una tecnica di rimandi e accostamenti caratteristica di Gioni, si ricordi il suo Palazzo Enciclopedico alla 55esima Biennale di Venezia. Ma torniamo alla figura della Madre, alle forme che assume man mano che ci si addentra nei meandri della psiche femminile e del suo rapporto con la maternità. In questo caso si rimarrà turbati di fronte all’Angelo strangolatore di Meret Oppenheim che, in nome di “un’androginia dello spirito”, con questo disegno, in cui una donna culla un bambino sanguinante, compie una sorta di offerta votiva alla Grande Madre per scongiurare una gravidanza indesiderata. Una lunga sezione è dedicata alle donne del “posdomani”, ovvero il Futurismo, cogliendone le contraddizioni interne; la spinta in termini di emancipazione e innovazione è alta, si pensi al Manifesto della Lussuria (1913) di Valentine de Saint-Point e alle illustrazioni per Arnaldo Ginna e Bruno Corra di Roisa Rosà, in cui la macchina diviene donna. L’atmosfera si fa ancora più pesante nella sala dedicata alle artiste all’interno del dadaismo, personalità di spessore che vengono finalmente riportate alla ribalta da questa mostra, come le marionette di Emmy Hennings e Communal cot (1949) di Mina Loy. Tra queste immagini non poteva mancare il Rrose Sélavy alter ego di Duchamp e le sue “macchine desideranti”, così come compaiono ne Il grande vetro (1915-1923) e poi le fotografie di Man Ray. Il Surrealismo omaggia in vario modo la donna, riconoscendole un posto privilegiato nelle ossessioni inconsce, come avviene ne La fidanzata materna di Konrad Klapheck, nei nudi legati di Hans Bellmer, nella danza stregata di Mary Wigman e nello splendido romanzo-collage di Max Ernst La femme 100 tȇtes (1929). Tra loro spicca Stryges Amaouri (1947) di Leonor Fini, in cui una creatura mitologica incombe sull’indifesa figura di un uomo nudo. Con l’installazione Amazing Grace (1993) di Nari Ward si manifesta l’intento del curatore e si raggiungono i livelli più alti di commozione: i 280 passeggini dismessi e raccolti per strada che occupano completamente lo spazio, sulle note dell’omonima canzone di Mahalia Jackson, narrano tante storie diverse, dal trauma dell’aborto all’angoscia per un passato ormai perduto, dalla povertà della vita di strada al dolore dell’emarginazione. Vengono subito dopo ricordate anche le Madri di Plaza de Mayo, al fianco dell’autoritratto di Diane Arbus, che documenta la sua gravidanza per il marito in guerra. Decisamente più giocosa la Balloon Venus (Red) (2008-2012) di Jeff Koons, reinterpretazione gonfia come un palloncino della Venere di Willendorf, così come è accogliente Mumum (2012) di Sarah Lucas, collant imbottiti a ricoprire una poltroncina sospesa in aria, che richiamano il seno e l’accoglienza del ventre materno. Interessantissima la sezione sul femminismo con manifesti, libri e documenti originali, tra cui la prima pillola anticoncezionale e il documentario di Alina Marazzi Vogliamo anche le rose (2007); i fotomontaggi contro gli stereotipi di Ketty La Rocca e Barbara Kruger, il Mirror Check (1970) di Joan Jonas, che controllava minuziosamente davanti ad una platea di spettatori le parti del suo corpo con uno specchietto e il video di Yoko Ono Freedom (1970), in cui l’artista non riesce a liberarsi dal reggiseno quale simbolo di controllo maschile; esprimono perfettamente la tensione di quegli anni e la difficile lotta per i diritti di genere. Indimenticabile la sala dedicata alle bambole gravide di Louise Bourgeois, con le quali rappresenta i suoi traumi e le sue angosce infantili, dalla Filette 1968/1999) nè uomo nè donna alla Do not abandon me (1999), cui si affiancano la Medea di Pasolini e la serie di ritratti femminili realizzati da Carol Rama in una clinica psichiatrica (Appassionata, fine anni ‘30- primi anni ‘40). Si entra poi nella sala dedicata alle trasformazioni della maternità, dal delirante video It’s the Mother di Natahlie Djurberg, in cui cinque bambini ritornano a forza nell’utero materno, al libro di Annette Messager La femme et (1975), una serie di fotografie ritoccate a mano in cui il suo corpo nudo ospita ora uno scheletro, un uomo e anche diversi animali. Quasi terrificante l’installazione di Rosemarie Trockel con Günter Weseler Fly Me to the Moon (2011), un oggetto peloso che respira al fianco di una bambolotto realistico e che occhieggia all’idea di morte. Immancabili Interior Scroll (1975) di Carolee Schneemann, le fotografie di Cindy Sherman e Linda Benglis, gli autoritratti di Catherine Opie nonchè il prototipo in carta pesta per una grande Nanas (1965-1974) gravida di Niky de Saint Phalle. Marlene Dumas dipinge provocatoriamente la sua gravidanza in Pregant image (1988-1900), Lee Lozano trasforma la vagina in una fessura per monete (Senza titolo, 1962) mentre Hannah Wilke si ricopre il volto e il corpo di minuscoli chewing gum modellati a forma di vagina (Starification Object Series, 1974-1982). Gioni dedica una sala anche alla rappresentazione dell’iconografia mariana, per condurre poi alla disturbante immagine di Larry Clark Untitled (Pregnant Woman) (1971), in cui una donna già visibilmente incinta si inietta droga nel braccio. Non passa inosservato il ruolo dello spazio domestico, ora nido ora prigione, come nell’inquietante lettino inclinato di Robert Gober (Pitched Crib, 1987). Emozionante il succedersi della storia privata di Carla Accardi nella serie Origine (1976), in cui affianca e sovrappone i ritratti suoi e della madre, così come Nicholas Nixon in The Brown Sisters (1975-oggi) fa con le tre sorelle della moglie nel corso degli anni, documentandone modificazioni corporee ed emotive. Post-human la scultura di Keith Edmier (Beverly Edmier, 1967, 1998) che ritrae la madre con il ventre gravido e trasparente con l’embrione ben visibile del figlio non ancora nato. Le ultime opere della mostra sono ispirate alla perdita e al ricordo, come la commovente Untitled (Birth to death List) (1973) in cui Matt Mullican descrive l’intera vita di una donna, traguardi, sogni, momenti, emozioni in una lista di oltre mille parole che ne mantengono intatta la pienezza e l’intensità. Gioni ha segnato così per sempre un capitolo dell’arte contemporanea, costruendo un‘analisi lucida e a tratti esasperata dell’origine del mondo, la Grande Madre ora incarnazione della forza creatrice dell’universo ora donna e madre qualunque nell’anonimato del suo mondo domestico. 


In copertina: Yoko Ono, Freedom [Liberta], 1970, Video, colore, 1’ © Yoko Ono. Courtesy Studio One, New York (Particolare)





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