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EDUARD HABICHER - Tanti amici, per un’idea di mostra
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Data: 10.08.2015

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Tanti amici, per un’idea di mostra
Riccardo Zelatore

Dopo un po’ di anni di mostre, la mia idea di cosa doveva prevedere questo progetto me la ero fatta. E mi piace riassumerla così: non c’entra tanto o solo con il curare un evento espositivo, ha molto a che fare con il raccontare una storia. Non è teatro, ma ho pensato si potessero usare alcune risorse di quella disciplina come la luce, gli spazi e il movimento (ho voluto lasciar fuori musica e suoni, anche se, a dirla tutta, questi ultimi un po’ c’entrano, ma lo potrà capire solo chi parteciperà). L’intento è stato quello di andare al di là della semplice selezione dei lavori di un autore e la loro disposizione all’interno di un contenitore, pur suggestivo e coinvolgente.

Era un’idea che coltivavo da un sacco di tempo, per cui andava fatta. La preparazione è stata lunga e faticosa, per tutta una serie di accidenti che, come è forse normale che sia, prima mai mi sarei atteso.

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Sul palcoscenico di questo progetto ci salgono diverse figure (la mia sta dietro le quinte o laterale, quasi a fungere da voce narrante): una di artista, altre di non artisti (o quasi).

Ho chiesto nell’ordine:
a Franco Balestrini, storico animatore culturale di Albissola Marina, la disponibilità incondizionata del suo spazio espositivo; a Giovanni Siri, titolare di una organizzata struttura balneare, l’agibilità della terrazza che domina il perimetro dei Lido Beach Club e il golfo albisolese; a Bart Herreman, straordinario fotografo belga e milanese d’adozione, di documentare per immagini la realizzazione del progetto; a Carlo Pirovano, grande editore e illustre storico dell’arte, di legittimare criticamente il lavoro dell’artista; a Eduard Habicher, il vero protagonista della messa in scena, di interpretare con le sue sculture gli spazi messi a disposizione; a Giorgio Merello, deus ex macchina di una esuberante casa editrice ligure, di accompagnarmi nella realizzazione del catalogo che state scorrendo; a Sergio Pandolfini, sopraffino stampatore romano, sodale di tanti grandi maestri, di supportarmi nella realizzazione di un’edizione speciale che completa la proposta espositiva.

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L’autentico privilegio è stato quello di avere in tutti i ruoli affidati, amici veri. Ho pensato potesse venirne fuori qualcosa di emozionante. Letta così potrà anche sembrare nulla di speciale e la gente si chiederà che differenza c’è, allora, con una mostra delle tante. Questa è una domanda di cui conosco la risposta senza essere in grado di pronunciarla. Mi sa tanto che in casi come questo le parole poco contano: meglio fare e le persone, spero, capiranno.

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Alcune tracce, a partire dalla faccenda dello spazio, del movimento e della luce. Considerato che il lavoro di Habicher, sovente, prevede e include il movimento (sia dell’opera che del fruitore), ho pensato fosse interessante rendere chiara l’idea coinvolgendo non una ma due sedi espositive: una al chiuso e una all’aperto. Da qui, senza eccessiva originalità, anche il titolo della mostra. Per quanto riguarda lo spazio, il dialogo tra la scultura contemporanea e un arco secentesco che sorregge e domina le sale di via Isola in Albissola Marina è subito parso al sottoscritto e ad Habicher una stimolante occasione per confermare quanto il suo lavoro sia sempre in stretta relazione con il referente architettonico. Una serie di sculture di piccole dimensioni completano poi la rassegna in galleria. Le stesse considerazioni valgono per l’opera che l’artista ha scelto di collocare sulla terrazza dei Lido Beach & Life Resort, dove a integrazione esplicativa del progetto sono visibili nelle sale del centro wellness una serie di riproduzioni fotografiche di Bart Herreman che documentano il dietro le quinte.
La luce è componente integrante del lavoro di Habicher, non tanto in termini scenografici quanto semantici. I suoi profili in acciaio, spesso combinati e innestati con putrelle dipinte di rosso, fendono lo spazio disegnando transiti che si avvicendano tra l’interno e l’esterno, tra il pieno di una parete e il vuoto dell’aria, tra la sagoma di una architettura reale e la traccia di una estensione immaginaria o suggerita. Le sue forme plastiche attraversano e scindono lo spazio, alle volte concentrandolo attorno a un segno, una linea, un oggetto, altre volte germinando disseminazioni e fratture. L’articolazione segnica che ne deriva è accompagnata e completata da una ulteriore presenza costituita dall’ombra; quest’ultima enfatizza le traiettorie, esalta i materiali usati ampliandone la dimensione seducente e illusionistica. L’alternarsi delle due componenti scultoree dell’esterno e dell’interno, indagate attraverso la relazione spaziale, mutuate tra l’avvolgimento del materiale naturale (si pensi ai legni combusti o ai vetri) e l’impalpabilità dei volumi ospitanti e ospitati, palesa la tensione dell’autore all’indagine dei limiti stessi della scultura. Un genere che per Habicher trascura la monumentalità classica e la pesantezza a favore di componenti e comportamenti che si possono senza soggezione definire pittorici. Anche in questo caso i materiali hanno una loro significanza. A maggior ragione, se si riconsidera il ruolo dell’elemento ombra (come doppio) e se si ha la curiosità di osservare i lavori grafici su cartone, dove la partita tra bi e tridimensionalità mi pare continuamente costretta al pareggio.

A questo punto, come ho anticipato, l’unica cosa che manca sono i suoni, ma garantisco che nel visitare i siti espositivi, questa componente, tra il
naturale e l’artificiale, non mancherà.

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